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domenica, 21 ottobre 2018

Di padre in figlio: sequestro da 100 mln alla famiglia


MESSINA - In principio c'era il capostipite: Luigi Genovese, parlamentare democristiano dal '72 al '94, riuscito a evadere miliardi - allora c'erano ancora le lire - portandoli all'estero.

Poi è stata la volta di Francantonio, il figlio: condannato a 11 anni per corruzione, siede a Montecitorio tra i banchi di Forza Italia. Sarebbe toccato a lui - secondo l'accusa - mettere al sicuro il tesoro, valutato ora in 16 milioni di euro, attraverso investimenti finanziari di varia natura. E sempre Francantonio, accusato di una maxievasione fiscale di 20 milioni, si sarebbe spogliato del patrimonio, grazie alla complicità della famiglia e in particolare del figlio Luigi, per non restituirlo allo Stato.

E arriviamo così alla terza generazione dei Genovese: Luigi, appunto, neo-eletto all'Ars in Forza Italia con quasi 18 mila preferenze a soli 21 anni, neofita della politica. A lui, sostengono gli inquirenti, il compito di fare da testa di legno prendendo il posto del padre nelle sue società per farlo risultare nullatenente e proteggere i beni di casa. E' la saga criminale di una famiglia che conta a Messina e che oggi si è vista sequestrare beni per 30 milioni di euro, su un patrimonio stimato in oltre 100.

Tutti i componenti del nucleo familiare - Francantonio, la moglie Chiara Schirò, il figlio Luigi, la sorella Rosalia e un nipote - sono indagati a vario titolo per riciclaggio, autoriciclaggio, sottrazione fraudolenta di beni ed evasione fiscale. L'inchiesta, coordinata dalla Procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia, è stata condotta dalla Finanza e parte dalla Svizzera. E' Oltralpe che le Fiamme Gialle scoprono il tesoro di Luigi Genovese senior accumulato, secondo gli inquirenti, in anni di evasione fiscale. Indagando, la Finanza accerta poi una polizza assicurativa di 16 milioni, praticamente l'importo del denaro paterno, stipulata nel 2005 con la società Credit Suisse Life Bermuda Ltd da Francantonio Genovese.

"Il prodotto finanziario - spiegano gli inquirenti - è, palesemente, finalizzato ad occultare capitali all'estero". Continuando a scavare si scopre che, a partire dal 2013, sono stati spostati dalla Svizzera su un conto della banca Julius Bar, e intestato alla società panamense Palmarich Investments S.A., riconducibile a Genovese e a sua moglie, oltre 10 milioni. Interrogato il deputato sostiene sia eredità del padre che, però, all'epoca era ancora in vita. Per anni Genovese preleva soldi, tanti soldi, circa 8 milioni.

Spese familiari, dice. "Andavamo a molti matrimoni e poi la mia attività politica è dispendiosa", spiega. Ma per la Finanza è una giustificazione inverosimile. "E' evidente che i prelevamenti appaiono, in prima battuta, finalizzati a smobilizzare l'investimento estero con finalità di ulteriore riciclaggio e autoriciclaggio", spiegano le Fiamme Gialle. Incastrato poi dal fisco, che accerta un'evasione di 20 milioni, Genovese, nel tentativo di sfuggire all'aggressione patrimoniale nei suoi confronti, si spoglia di tutto il patrimonio finanziario, immobiliare e mobiliare a lui riconducibile, attraverso la società schermo GE.FIN. s.r.l. (ora L&A Group s.r.l.) e Ge.Pa. s.r.l., di cui deteneva il 99% ed il 45% delle quote sociali, trasferendolo al figlio Luigi.

Il gip, che parla di pervicacia criminale e non risparmia critiche pesantissime ai Genovese, è certo che il giovanissimo deputato, quarto indagato tra i neoletti all'Ars, fosse consapevole di quel che faceva. "Il suo notorio ingresso in politica, il modo spregiudicato di acquisizione della ricchezza, danno la probabilità, sia pur per la visione cautelare di protezione dei beni e dei soldi dovuti allo Stato, che si verifichi la stessa attività del padre", scrive. "E così dal nulla - prosegue il gip - si staglia la figura di Genovese Luigi junior, che diventa consapevolmente, firmando atti e partecipando alle manovre del padre, ricchissimo e sono atti organizzati a tavolino, partecipati dagli interessati e forse da altre persone esperte dal ramo, rimasti nell'ombra e forse con la connivenza di banchieri, in cui comunque nessuno dei partecipi, per la presenza e gli effetti, si può dire inconsapevole e chiamare fuori"

"Sto già valutando insieme al mio legale di fiducia le iniziative da assumere in sede giudiziaria, certo di dimostrare la linearità e la regolarità della condotta mia e dei miei congiunti, nella gestione dei beni di famiglia", risponde lui.  "Anche se la tempistica di questo provvedimento - prosegue - può apparire sospetta, voglio credere che non vi sia alcuna connessione con la mia recente elezione all'Assemblea Regionale Siciliana. Per questo non consentirò nessuna eventuale strumentalizzazione in chiave politica. Ringrazio le centinaia di persone che già in queste ore mi hanno manifestato grande solidarietà e affetto".