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lunedì, 11 dicembre 2017

Pubblicato: 17/11/2017

"Non gioisco, ma non posso perdonare"

La morte di Riina. Maria Falcone: "Tutelata la sua dignità". Bindi: "La sua fine non è la fine della mafia". Ingroia: "Si apre la corsa alla successione"

PALERMO - "Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo". E' inevitabilmente lapidario il commento di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, alla notizia della morte del boss Totò Riina. "Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito - ha aggiunto -, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato".

"Per quello che è stato il suo percorso mi pare evidente che non abbia mai mostrato segni di pentimento. Basta ricordare le recenti intercettazioni in cui gioiva della morte di Giovanni Falcone", ha detto Maria Falcone riferendosi alle conversazioni registrate in carcere tra Riina e un compagno di detenzione in cui il capomafia rideva ricordando di aver fatto fare al magistrato "la fine del tonno".

"Il nostro sistema giudiziario garantisce e protegge la dignità dell'uomo. Lo ha fatto anche con Riina fino alla fine, anche attraverso la decisione del ministro della Giustizia di consentire ai familiari di incontrarlo nei suoi ultimi istanti di vita". 

"Resta il forte rimpianto che in vita non ci abbia svelato nulla della stagione delle stragi e dei tanti misteri che sono legati a lui", ha aggiunto Maria Falcone. "Per lui - ha concluso - questo sarà il momento più difficile perché dovrà presentarsi davanti al tribunale di Dio a rendere conto del sangue e delle lacrime che ha fatto versare a degli innocenti".

Per Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nelle strage di via D'Amelio, "ci saranno tante persone che gioiranno del fatto che Riina, morendo, non potrà più parlare e con la sua morte scompare un'altra cassaforte dopo quella vera scomparsa dopo la sua cattura". 

Per Borsellino, infatti "se è altamente improbabile che un criminale della caratura di Riina potesse mai parlare è altrimenti tanto più improbabile se non impossibile che ci possa essere mai un pentito di Stato. E purtroppo di questo ci sarebbe bisogno per sapere la verità su quella scellerata trattativa che io ritengo abbia, se non altro, accelerato la morte di mio fratello. Oggi sarà più difficile arrivare alla verità". 

"Posso perdonare mio figlio se fa una cazzata. Mi ci incazzo e poi lo perdono. Ma un assassino, un criminale: che cosa significa perdonare? C'è una legge. Mi hanno chiesto se era giusto tenerlo al 41 bis - ha aggiunto Borsellino riferendosi al regime di carcere duro cui il boss era sottoposto -. Ma Riina aveva 26 ergastoli, tutti di tipo ostativo cioè che non prevedono riduzioni di pena. Di fronte a questo che cosa significa? Sovvertiamo la legge? La condanna è tale se c'è la certezza della pena. Ma se non c'è la certezza della pena e qualcuno pensa che anche un assassino come Riina possa essere messo fuori allora la certezza non esiste più. E senza questa certezza le leggi non vengono rispettate".  

"La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità", ha detto il presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ricordando che "Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti".

"La pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato - ha affermato il presidente del Senato, Pietro Grasso, in un post pubblicato su Facebook -. Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla".

Scrive ancora Grasso: "Totò Riina iniziò da Corleone negli anni '70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni. Una volta diventato il Capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell'ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere. La strategia di attacco allo Stato ha avuto il suo culmine con le stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo Stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia".

"Possono tirare un sospiro di sollievo i tanti potenti che in tutti questi anni hanno sempre temuto potessero venir fuori le verità indicibili su trattativa e stragismo del 1992-93 - afferma l'ex pm antimafia Antonio Ingroia -: prima Provenzano e ora Riina sono morti senza parlare, portandosi nella tomba i terribili segreti di cui erano a conoscenza". 

"La morte di Riina copre con una coltre di silenzio omertoso le malefatte di un'intera classe dirigente collusa con la mafia. Per non essere complice di quel silenzio - aggiunge Ingroia - il popolo può e deve ribellarsi contro quella classe politica impunita, responsabile di una delle stagioni più buie della nostra storia. Ora si apre la corsa alla successione per il capo dei capi. Perché nonostante fosse al 41 bis, Totò Riina è sempre rimasto il capo formale di Cosa nostra in tutti questi anni di detenzione".

"E' una questione che riguarda lui, la sua famiglia e Dio. Non ho niente da dire", ha risposto il colonnello Sergio De Caprio, il 'Capitano Ultimo' che arrestò, 24 anni fa, Totò Riina.